Un apolide metafisico

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I miei pochi lettori e tutti quelli che negli ultimi venticinque anni hanno avuto con me commerci di pensiero, sanno quanto interesse io abbia nutrito per l'opera di Cioran e di come abbia tentato di farmene propagatore in ogni direzione e per ogni via. Ancora oggi, a dieci anni dalla morte del grande metafisico, le sue riflessioni mi sono di conforto, le illuminazioni fanno giorno sul vivere. Il debito di gratitudine è inestinguibile: al frequente riconoscermi nella proposta della sua visione, si accompagna anche la mia devozione alla struttura aforistica, frammentaria del suo elucubrare.
La verità è che sono inevitabilmente attratto dal frammento, materiale o verbale che sia. Il frammento si fa indizio e parla il linguaggio dei sopravvissuti. Stimolo comunque fecondo, moltiplica le terre del sensibile e annienta il miserabile primato della ripetizione, la ripetizione che quotidianamente ci assedia.
In questa cornice, il dire breve e denso di Cioran riproduce il modo e il passo delle accensioni e degli spegnimenti con cui l'umana speculazione procede. E' una rara prova di autenticità: perché del pensare rappresenta corse, pause, salti e trasalimenti, giochi e contaminazioni del ricordo, e al pensare restituisce il variare permanente e il rapido succedersi delle attenzioni che il lettore presta alla mosca e ai monti - il lettore-pulviscolo in moto continuo nell'algida luce della solitudine, senza riscatto di alternative fra la noia del pendolo e l'insensato vortice dell'occasione. Quindi si deve convenire che l'aforisma è misura e forma del dire secondo il vero, parola organizzata più vicina alla sintesi poetica.
Ciò detto, non si riescono a comprendere le ragioni per l'uscita di un libro come questo, che non avrebbe visto le stampe se Cioran, al termine dei suoi giorni, non fosse stato a languire in un letto di ospedale, privo della propria vigilanza mentale. Perché queste venti conversazioni-intervista - tenute in un tempo che corre dal 1970 al 1994 - non rendono giustizia al maestro. Non vi si legge niente di decisivo che già non sia stato più acutamente e meditatamente scritto nei suoi noti libri: le novità sono rappresentate da fatterelli di colore. Sedici interviste su venti - peraltro assai ben tradotte da Tea Turolla - riportano e fanno rimbalzare l'una sull'altra le stesse, ripetute considerazioni e/o informazioni (l'insonnia, il mancato suicidio, Elisabetta d'Austria, Teresa d'Avila, il buddismo abbandonato, Chamfort e La Rochefoucauld, Dostoevskij e Nietsche, e la rilettura dei libri, la decisione di scrivere in francese, Sibiu e i genitori religiosi, ('anziano basco che perse il braccio nella guerra dal '14, Pascal e lo scrivere che significa guarire, la lite col professore di ginnastica, l'avversione per l'università, il giro della Francia in bicicletta, Beckett e Michaux e casi via). Di originale si raccoglie solo una battuta narcisistica del maestro che, dopo aver affermato, come sempre, che il destino dei suoi libri lo lascia indifferente, conclude: "tuttavia credo che alcune delle mie insolenze resteranno".
Insomma, questo è un libro che funziona solo per il lettore che non sa niente di Cioran, e che può interessarsi alla sua impertinenza senza arrivare a conoscerne la metafisica asistematica, un lettore superficiale che pilucca qua e là e non mangia il piatto fino in fondo.

1/5/2004
Fonte: 
Poesia N°. 183