Titos Patrikios - L'epopea e i ritratti

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“Alle mie spalle / c’è sempre a controllarmi, insonne / il me stesso dei primi anni”. Il permanere della coscienza testimoniante è vis a tergo di cui il poeta greco Titos Patrikios lamenta la presenza al termine di una lunga operazione ironica ("I testimoni"). Il vissuto, ciò che il poeta ha alle sue spalle, sarebbe dunque e sempre condizione e limite all'impresa, quand'anche questa intendesse guadagnare la scelta di un'occasionale fuga dalla propria storia, seguendo la veniale tentazione di un ipotetico, momentaneo deflettere nella ricerca della verità. Le procedure dell'autoinganno che l'umanità sperimenta quotidianamente e con accanimento non sarebbero quindi consentite al poeta. Esse rappresentano uno spazio di libertà intransitabile per chi si ponga come ethos e ragione di vita - così sostiene in una recente intervista Patrikios - la ricerca dei "frammenti di verità rimasti nascosti nel mondo".
Ma - a ben vedere e leggere questo fiore - il limite di cui si è detto rappresenta una preclusione solo apparente per il nostro poeta, che saprà invece proseguire il suo nòstos e, mutando quella vis a tergo in una vis proiectiva, consentirà tregua allo spirito combattivo che lo ha lungamente sostenuto.
Egli infatti si confronta con una nuova dimensione meditati va, meno sofferente ai tedi dell'incontro, meno desiderosa di distanziamento. Così dalla lettura di questi inediti emerge il notevole cammino percorso dal poeta rispetto alla sosta in cui si è attardato nella sua precedente e non lontana produzione (La voluttà dei prolungamenti, 1992). Lì alcune prove (“I tentativi della poesia", 'Il demone" "I bagagli") cantavano l'umano logoramento e si accompagnavano alla constatazione fallimentare degli intenti salvifici che Eluard assegnava alla poesia, la personale amarezza per aver smarrito le battute vie del sentimento (“Mio dio, che mi succede di non poter amare più nessuno?”).
Un vento costruttivo spira dunque su questi inediti, un vento dal respiro profondo e vivace che avvia il ben difeso, e qui confermato, congegno inventivo e narrativo. Così gran parte di questa poesia, nel riflettere lo specchio del mondo, si affida a una predilezione fantastica che muove dall'accettazione dell'identità conseguita e assegnata all'attenzione del lettore, senza che l'avamposto attinto appaia mai deprivato di quello "sguardo civile" che ha costantemente armato e illuminato la visione di Patrikios. E del viaggio restano le contraddizioni, l'enigma quotidiano, l'indagine sul presente: meno il nomadismo e l'attesa d'una redenzione.
Ci troviamo di fronte una straordinaria semplicità di approdo, che non cerca complici e nel dire non indulge a sollecitazioni del linguaggio sperimentale. Questi versi essenziali, scabri, incuranti di lussi formali, che raccolgono l'eco discreta di seduzioni lontane, sono attentamente tessuti in uno stame di chiara compostezza, in un rigore vivificato dal distinto tratto ironico che li attraversa.
Questi testi possono ricondursi per tema ti che e cifre stilistiche a quattro distinti nuclei, che arbitrariamente e rispettivamente definirò evocativo ("I testimoni", "Il nome di un pesce", "Dedizioni intempestive", "Incontri", "Notti d'agosto"), sapienziale (“Crisi degli alloggi", "Lotti di terreno", "Il nuovo tracciato", "Rinvii"), vitalista o programmatico (“La spiaggia", "Ancora un'altra estate", "L'epopea e i ritratti"') , neo-mitico ("La porta dei leoni·', "Storia del labirinto", "I trucchi di Odisseo", "Il viaggio di Telemaco", "Di lance e guerrieri”).
Il primo nucleo associa il tema e il tono nostalgico a quello evocativo, come in genere accade a questo accento. È qui - nel clima intimista della riflessione di cui si è parlato anche agli inizi di questo scritto per "I testimoni" - è qui che, con "Il nome di un pesce" ("il cameriere parlò di un pesce di nome Pantaleo"), il poeta sembra rispondere all'istanza esclamativa di Mandel’štam ("Non dimenticarrni, puniscimi / ma dammi un nome, dammi un nome  / Si sta meglio, sai, con un nome / nel profondo, gravido azzurro!") pronunciata nel convincimento di un animismo cui neanche Patrikios vuole sottrarsi.
Al secondo nucleo è da assegnare la persistenza del ricordato sguardo civile che ora osserva il contesto sociale per farne occasione di interrogativi e riflessioni da proporre al futuro. Si legga “Lottidi terreno" -dove si ridicolizza il mercimonio di salvacondotti per l'aldilà che si rivela autentico argomentum nello scontro sul primato delle religioni ­ si legga, soprattutto, "Crisi degli alloggi" , dove corrono versi di grande nitore per dare voce a una protesta che, senza strepito, afferra il cuore del lettore: "Le vite altrui, di nuovo senzatetto, / cercano un angolo dove rannicchiarsi, / per non smarrirsi nell'oblio, / e infine trovano rifugio tra le rovine / di una città deserta e abbandonata / sperando che qualche imprenditore dell'esperienza, / qualche archeologo delle sensazioni / possa in futuro riscoprirli / e alloggiarli definitivamente in un suo libro".
Il terzo gruppo di poesie è quello che ho definito vitalista. Il poeta rientra in se stesso, si riappropria del conforto del canto, torna a occuparsi della propria misura vitale, con esercizi di raffinata e inesorabile autoironia che non si manifestano mai come artifici eristici o tentativi di isolamento. L'uomo si espone, si squaderna nella riduzione delle proprie intenzioni, e la vena nidace coinvolge il lettore nel percorrere scampoli di quotidianità ("Ancora un'altra estate") che il poeta, nella sua incontinenza di vita, mostra di ingollare a bocca di barile.
Il neo-mitico è l'ultimo insieme. Ove si riaffaccia la confessata devozione per Ghiannis Ritsos e per le sue ricorrenti operazioni di trapianto del mito nell’odierno, nel contesto che ci occupa e ci stringe. Ne "La porta dei leoni", riandando alle maestose mura poligonali di Micene e all’architrave su cui si fronteggiano i due leoni accanto alla tomba degli Atridi, il testo conclude:
"Spaventa sempre il nostro grave passato, / spaventa il racconto degli eventi / nella scritta incisa sull'architrave / della porta che attraversiamo ogni giorno". E ricorrono ancora gli echi degli antichi inganni ("Storia del labirinto") nelle pratiche decettive cui il potere di oggi sottopone gli innocenti: "Ma simulazioni di labirinti, costruzioni oscure, / continuarono a essere fatte con nuovi materiali, / con nuovi mostri, vittime, sovrani, eroi. / Si fanno soprattutto labirinti di parole, / ogni anno vi entrano infornate nuove, / ragazzi e ragazze, con timore e insieme noncuranza / per botole e tranelli, vicoli ciechi ... ". Nella conclusione de "I trucchi di Odisseo" ("Nonostante i tonificanti, le erbe di lunga vita, / sempre più a fatica riusciva a escogitare / nuove cose per poter soddisfare / i suoi desideri insaziabili") il rinvio di Ritsos è esplicito (“Non bastiamo mai ai nostri desideri. E il desiderio non ci basta", Persefone, Samo 1918).
Epico più che neomitico è il clima dell'ultima poesia ("Di lance e guerrieri"'), in cui i boschi cedui di lance che si fronteggiano, i boschi della crudeltà, fanno ancora mostra di sé, dai mosaici sulla Battaglia di Isso, alle sapienze prospettiche di Paolo di Dono - il figlio del barbiere - a Velazquez, a Rembrandt. La poesia si conclude in un inno al terrifico prevalere della bellezza: "Ma dal ricordo affiorava di nuovo la bellezza / delle rappresentazioni policrome con innumerevoli lance / con guerrieri a migliaia sulla scena / intrepidi di fronte all'offensiva del tempo".
Al genio maturo di Titos Patrikios rendiamo grazie. Lucio Mariani

1/7/2003
Fonte: 
Poesia - N° 174