Multiculturalità nella poesia: un elogio degli operatori minori

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A questo intervento sulla comunicazione poetica non si perdonerà l’intento di spingere deliberatamente in un cono d’ombra le figure dell’editore e del critico, egemoni e fulgenti da duecento anni nella diffusione della poesia. E invece proverò a riflettere sulla scarsa luce in cui vive oggi il poeta.
Ma qui mi interessa innanzitutto intrattenervi un po’ sulle funzioni di due operatori minori nel processo di dilatazione del poiein: il traduttore e il lettore in pubblico.
Questi comunicatori hanno il merito di favorire il viaggio dell’opera nello spazio e nel tempo e quindi hanno il diritto di vedersi riconoscere un ruolo simile a quello che i trattati di storia attribuiscono ai primi viaggiatori che trasportavano merci nei pericoli, verso e da altre terre, per l’uso e lo scambio tra popoli diversi, irraggiando civiltà.
Ma il traduttore e il pubblico lettore di poesia meritano molto di più dell’antico mercante. Perché superano anche i confini temporali ed esercitano un’opera non meno faticosa contro poca o nulla mercede, un’opera che si ostina a diffondere le prove dell’unica arte a cui il nostro tempo contesta ragioni di esistenza.
Per la verità, la poesia non ha mai goduto di un largo favore popolare se si esclude l’esperienza della tragedia e della commedia nella Grecia antica e nella Roma repubblicana. La stessa poesia della Roma cesarea, trovava divulgazione e riconoscimenti nell’ambito ristretto delle élites di corte e del senato. D’altronde – come ha sostenuto Adam Zagajewski in un’intervista di questi giorni – la poesia si fa strada “negli attimi in cui la coscienza ama il mondo” (“Il Messaggero” ottobre 2010). E però mi sembra indiscusso che in questa fase storica dell’occidente, la poesia e il poeta abbiano raggiunto il grado più basso di considerazione presso le singole comunità - salve rarissime eccezioni - perché si assume che né l’una né gli altri servano alle società organizzate. E ciò in quanto il generato poetico, con la sua limitata e rarefatta offerta, non trova domanda: perciò non ha valore, non può rappresentare la ricchezza e il consumo di un tempo che non tollera di essere distolto dall’impegno a conseguire ogni possibile utilità materiale. In una intervista del 1 ottobre 2002 (“Corriere della Sera”) David Remnick, Direttore del New Yorker affermò: “La poesia non è, purtroppo, al centro della cultura americana o europea come in altri tempi. I poeti non mancano: manca il pubblico”. Quindi aggiunse una parola di speranza per quelli che non ne hanno bisogno, i grandi del canone: “Eppure c’è gente che legge Montale, Dante e altri autori che mutano profondamente il loro pensiero e il modo di esistere”.
A questo destino di estinzione, confermato dai tempi più recenti, resistono disperatamente i poeti - che continuano imperterriti a osservare e cantare fenomeni sorgenti nelle proprie e in altre culture - ma anche i traduttori e i lettori in pubblico, tutti accaniti “giocatori di superfluità”. Allora, interessiamoci in particolare ai modi della resistenza di questi.

21/10/2010