L'epoca immemore e la poesia

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L'epoca immemore e la poesia
Oblio nell’alma piove
D’ogni altro dolce
E Lete al fondo bibo
Petrarca

A nuoto hanno del Lete svolto il fondo
Ungaretti
La storia pesa come una refurtiva, bisogna disfarsene: questo è oggi il giudizio e insieme il programma del pensiero occidentale.
Per quanto ci riguarda, due ordini di effetti conseguono alle conclusioni del momento:


  1. Nel vissuto dei più, i falli di memoria compongono un merletto di assenze desolate ma non scontano bisogni - né collettivi né individuali - di ricomposizione, di risarcimento dell' ordito;
  2. L'economia della filogenesi umana, ormai sulle soglie di una continuità desultoria, riserva alla poesia, e alle sue ragioni spazi confinari, residuaIi, perché si assume che essa non serva alle società organizzate.

Lascio a sociologi, filosofi, millenaristi e neuropsichiatri ­ che di più e meglio possono dire - l'analisi sui motivi, la compattezza e la resistibilità di siffatta concezione e di tale stato del vivere. lo mi limiterò a qualche osservazione circa i rapporti tra memoria e poesia, a partire dal titolo eponimo di questo incontro e poi con riferimenti più diffusi alla condizione di quei rapporti nel tempo presente.
 
 
Nell'Odissea, Omero non descrive i Lotofagi, li presenta con una tautologia (9,94): sono i mangiatori di loto. Più in là lascerà intendere che si trattava di un popolo pacifico che praticava la contaminante fratrìa della vita senza storia. Niente di più.
Il poeta si diffonde invece sulla rischiosa dolcezza del loto dal sapore di dattero e sulle obliose conseguenze in chi ne avesse gustato. Da quelle conseguenze Ulisse è spinto alla fuga, angosciato dal pericolo che correvano i suoi uomini, perché:
" .... non forse
ponesse alcun nel dolce loto il dente
e la patria cadessegli dal care"
(trad. I. Pindemonte).
 
C'è subito da osservare che questi Lotofagi non possono essere ostaggi della gerarchia o della ragioneria delle passioni. Mangiano il loto e dal loto sono mangiati, in un rapporto senza origini. Essi cioè non possono desiderare né scegliere di dimenticare la patria, perché l'esistenza esclusiva e il naturale consumo del frutto fa della loro patria un non-luogo, il regno nativo dell'oblio perenne, un territorio edenico. Il rischio del loto è invece di chi è consapevole, di chi ha conosciuto una patria, anche metaforica, e può scegliere di dimenticarla. Il rischio è una prerogativa di chi è in grado di desiderare.
E qui si comprende che fra poesia epica e loto c'è un contrasto irriducibile, un àspondos pòlemos. Per quella poesia il loto era un apparecchio del male. Come diversamente considerare il mellito frutto che faceva dimenticare la patria, sacro groviglio di sentimenti, culti e leggi, di tutto ciò che è memorando, dello scopo stesso del nostos e quindi della poesia che lo canta?
Loto e poesia erano le armi degli opposti eserciti - oblio e celebrazione - nella inconsumata battaglia per la memoria delle virtù civili e militari, Ia battaglia per la sopravvivenza del processo selettivo di conservazione delle degnità umane che meritavano il canto. Anarchia contro istituzioni, disimpegno dalla storia e ragioni del singolo contro ragioni della ragione collettiva e del tropo retorico per eccellenza.
Non mi pare che si diano altre parti del racconto nelle quali Omero si disfi, per,.così dire, dell' occasione poetica con tanta spigliatezza e rapidità. E quell' occasione non era di poco spunto. Allora è da ritenere che, per il poeta, i lotofagi fossero portatori di un contagio grave, la natura del quale va enunciata ma non penetrata perché ogni indugio è confronto, ogni confronto compromissione e non può porsi a rischio la passione civile, la tradizione patria - in breve, il cuore dell' épos ­ neanche in nome della poesia.
Non so se fra il lotòs - scelto da chi vuoi dimenticare - e il Lethe - fiume che nessuno può mancare per cancellare il ricordo del male compiuto nella vita - corrano parentele etimologiche. Ma la morfologia lo farebbe supporre in qualche modo e le affinità semantiche lo imporrebbero. Tacine! Esclamerà il filologo invaso. Cui consiglierò di far mente agli argomenti che seguono, prima di aggredirmi.
Omero, nei richiami sopra citati, fa le mostre che lotòs, il dolce fiore, debba il proprio nome alla radice del verbo lanthano (mi celo, nascondo), come propone l'intenzionale accostamento operato dal poeta al verso 97, quando impiega il medio di quel verbo ("nostou te lathéstai") che ha il significato di di­menticare, obliare: Così arguisce anche Giovanni Semerano che, nel dizionario etimologico contenuto ne "Le origini della cultura europea" (Olshki, 1994); segnala altresì l'affinità di lotòs con l'accadico lâtu e l'ebraico la'at (nascondere, coprire).
Se così è, appare ragionevolmente sostenibile che lotòs abbia lo stesso etimo di Lethe - oblio e fiume dell'oblio - a sua volta derivato con certezza da lanthano.
 
Il loto ed il Lete però non combinano, non compongono le rispettive pasture e fortune letterarie.
Vero è che il primo procura astenia dalle passioni. Accedervi, nutrirsene è facoltà dei vivi per conseguire l'oblio e la negazione del vincolo di appartenenza alla patria, è strumento che spezza i rei publicae foedera (è un accostamento forzato richiamare l'appellativo di "figli dei fiori" che i giovani americani si dettero trentanni fa quando attuavano la disobbedienza civile?). Mentre il secondo è un topos che nasce da esigenze etico-religiose e berne è obbligo di purificazione per i morti. Nell'Odissea, in cui il loto viene cantato, come abbiamo visto, non si parla del Lete: non lo cita Circe nel quinto canto (e invece nomina l'Acheronte, lo Stige, il Cocito e il Flegetonte, fra le acque del regno di Plutone) non Odisseo nella sua discesa agli inferi. Ma Omero fa di più: del Lete non contempla la funzione e nega, implicitamente, l'utilità rituale. I trapassati che incontriamo infatti, se bevono il sangue degli animali sacrificati, rammentano tutto della propria vita: così la madre di Ulisse, Euriclea, così le mogli e le figlie degli eroi (XI canto). Questi ultimi non hanno addirittura bisogno di procedure libatorie per parlare della propria vita terrena (Canto XXIV). Nell'Eneide, dove l loto è ignorato, viene invece celebrato il Lete (Libro VI, 705 e segg.) in occasione dell'incontro di Enea con il defunto padre Anchise. Il Lete è per Virgilio il fiume le cui acque devono necessariamente essere bevute dai defunti per cancellare ogni minima traccia di colpa del vissuto dopo aver scontato pene per mille anni. Così le anime, che avranno tutto dimenticato, tornano a desiderare la vita e potranno reincarnarsi. Nella visione virgiliana il Lete non è solo antitodo, è anche fomento di vita,
Nella Commedia poi, Dante - tributario confesso di Virgilio ancorché nei limiti della concezione cristiana - si interroga sul Lete nell'Inferno (XIV, 130) e si fa rispondere da Matelda nel Paradiso terrestre (Purg. XXVIII, 121), inventando un gemello positivo del fiume pagano, un ramo della stessa acqua che però restaurava la memoria del bene, l'Eunoé.
Di loto non v'è traccia degna. Forse perché la minaccia del loto si allontana progressivamente man mano the si dissolve l'orgoglio e il canto dell' appartenenza patria, e finirà la sua corsa nei ricettari fiorentini del tardo 500. 
A qualsiasi periodo voglia farsi risalire il nucleo orale originario dei poemi d'Occidente, è indubbio che poesia e memoria - in ogni loro accezione - abbiano vissuto un meccanismo di interazione e un sodalizio di reciproca utilità pressoché ininterrotti per oltre tremila anni.
Mi riferisco a tutte le accezioni, perché gli intenti fondativi e agio grafici delle signorie etniche o dinastiche e quelli delle genesi e gerarchie mitologico-religiose così come le necessità espressive, divulgative o misteriche del pensiero filosofico, della tragedia, delle celebrazioni eroiche e, via via, di pubblici eventi e di personali ed intimi sentimenti - insomma, le necessità di tutte le cause della memorizzazione - si sono avvalse della poesia quale apparato di diffusione adeguata della memorabilità, anche interiore, O quale mezzo mnemonico e pedagogico. E ciò fino alla metà di questo secolo, fino a quando i figli hanno potuto riconoscersi nel sembiante e nei gesti del padre e della madre.
L'unico elemento di novità introdotto dalla produzione poetica degli ultimi duecento anni è consistito nel fatto che, declinando il favore dell' epos (che pur qua e là riaffiora) la poesia ha preso a intrattenere con la memoria un rapporto ossimorico sempre più visibile man mano che l'attenzione dei poeti agli spazi interiori si afferma e finisce per dominare. La poesia muta progressivamente i propri statuti nel tentativo di dimenticare la Storia (si è detto: "sembrano certi che della storia valgono solo le tregue". E, ancora: "I grandi temi no/sono composti di fatti troppo piccoli") e di esercitare l'arte perseverante del ricordare la non-Storia. Scavando nella miniera dell'anima per portare alla luce i valori negletti, contraddetti o combattuti dal potere, valori in cui sia reperibile una universalità più alta, senza tempo né luogo.
Come ho detto, non spetta a me riflettere su quel che è accaduto durante l'ultimo cinquantennio nella piazza d'occidente, affollata da mutamenti industriali, ambientali e sociali che hanno improvvisamente travolto modelli secolari del consorzio umano, dalle strutture familiari ai rapporti di lavoro, dalla partecipazione alla vita politica ai nuovi ordinamenti costituzionali, fino a scendere ai (o, salendo dai) ruoli dell'uomo e della donna e alle relazioni fra di essi nel contesto civile.
È un tempo che non si è sottratto all'attenzione della poesia, alle parole anticipatrici e disperate di Silvia Plath:
"Sfortunato l'eroe nato
In questa plaga dove il disco s'è incantato
Dove i più bravi cuochi sono senza lavoro
E il girarrosto del sindaco va
Per conto suo, per inerzia.
Non si fa carriera a avventurarsi
Lancia in resta contro il drago,
Lui stesso rinsecchito in questi ultimi tempi
Per mancanza d'azione a uno spessore di foglia:
La storia ha battuto l'azzardo.
L'ultima strega l'hanno bruciata viva
Più di ottant' anni fa
Con l'erba amoreardente, col gatto parlante,
Ma i bambini ci hanno guadagnato,
Il latte di mucca ha la panna alta un dito".
Un tempo che non è riuscito a nascondersi alla lucida analisi di Gregory Corso:
"Sono tempi in cui nessun Uomo è sommamente mirabile
Sono tempi in cui la stupidità rock
Supera la 5° Colonna come unico nemico in America"

"La Via Americana questo folle processo triste
non è guidato da organizzazioni o singoli
È un mostro nato da sé che vive di se stesso
Gli uomini usati da questo mostro
sono usati inconsapevolmente
risiedono nei più alti livelli dell'intelligenza
Sono gli educatori gli psicanalisti i sacerdoti
gli scrittori i politici gl'informatori
i ricchi il mondo dello spettacolo
E alcuni seguono e lodano la Via perché la credono
sinceramente buona
E alcuni la credono sacra e diventano militanti
Alcuni ci sono dentro solo per esser dentro
E i più ci sono per denaro
Loro non vedono la Via come un mostro
                La vedono come il "Buon Vivere" …………"
 
Tuttavia dovremo soffermarci fugacemente sul più importante fattore di questo breack-up: l'affermazione progressiva e totalizzante del regime delle comunicazioni e delle informazioni. La pressione e l'estensione di questo regime - cioè la celerità e la latitudine di dominio sugli uomini con la correlata loro di­pendenza - fanno sì che ai naturali limiti umani si sommino nuove e più gravi limitazioni della percezione, della selezione e delle coscienti memorizzazioni indotte dall'intera, articolata proposta di accadimenti estranei alla personale esperienza che senza sosta, viene "notificata" da giornali, televisione e radio. La,continuità, la velocità e la massività di informazioni - attraverso' cui il processo ciclico di produzione dei media è costretto a manifestarsi per sopravvivere (construo-destruo­construo) - impongono come obiettivo e presupposto, coda e testa, che la memoria collettiva perda ogni capacità ad ospita­re permanentemente la notizia dei fatti.
 
Il primo passo perché si comprenda tale perdita è una constatazione, la considerazione di un dato, di un presupposto:' un fatto è la sua notizia. Sono note le osservazioni anticipatrici di Marshall McIuhan.
Cosicché la comparsa e la scomparsa della notizia, genera la nascita e la morte del fatto: una guerra distante, una catastrofe lontana "esistono" solo se e finché ci vengono notificati .
Il secondo passo si compie facendo seguire ininterrottamente notizia a notizia, in modo che ciascuna abbia vita precaria e sia rapidamente spinta via, sostituita in progressione senza pause, incalzante: si consideri come facilmente e rapidamente sia stata rimossa quell'autentica carneficina che fu il conflitto Iran-lrak, come già si sia sopita l'eco tragica e prossima la guerra nei Balcani e come, mentre scrivo questi appunti, il cuore telecentrico degli spettatori non riservi più un battito per la fame dei Tupac Amaro e dei loro ostaggi a Lima.
Per il terzo, ultimo e conseguente passo, è da tenere in conto che fra la proposta del materiale da osservare e la nostra azione di risposta (a. valutazione, b. rifiuto o accettazione, c. dissipazione e tesaurizzazione mnemonica) i tempi si sono straordinariamente abbreviati, si sono contratti nella misura im­posta dalla necessità di una selezione rapida. Ciò implica, presuppone, finisce per stratificare e seminare nella mente l'attitudine (l'abitudine) ad una osservazione di superficie, il germoglio di un'educazione al caduco. Retinere absurdum!
E mentre la nostra coscienza è avvolta da un pragmatico cinismo che la molteplicità e la labilità delle emozioni rende cieco di meraviglie, sembra diffondersi la rassegnazione - quando non il convincimento - di una oggettiva volatilità degli eventi, di una polverizzazione del loro scheletro storico, della loro stessa natura e struttura fenomenica: infatti niente accade se non ci riguarda. In questo modo la realtà va giustapponendosi sulla virtualità.
La successione dei fatti non lascia che tracce di segni cancel­lati sulla lavagna sospesa fra cuore e cervello. Così si è aperta l'epoca immemore. Nell'arsenale della Storia - da dove sono uscite fiammanti ideologie e passioni di popoli - i pezzi vengono accatastandosi e formando una montagna rugginosa che li rende irriconoscibili, irreperibili, inutili.
È proprio dell' epoca immemore - o comunque vogliate chiamare quest'ultimo affannato cinquantennio - sottrarre qualità alla vita e alla morte, deindividualizzarne il succedersi, valutarIe per quantità, su scale numeriche.
Dove reperireste oggi nel mondo lo spazio mentale e la disposizione d'animo ad accompagnare la morte, che hanno animato Tolstoy per descrivere la fine di Andrej in Guerra e Pace? Dove, una celebrazione così solenne per l'ardimento dei comportamenti quotidiani, come quella composta da T. S. Eliot?
"Fleba il Fenicio, morto da quindici giorni,
Dimenticò il grido dei gabbiani, e il flutto profondo del mare
E il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
Gli spolpò le ossa in sussurri. Mentre affiorava e affondava
Traversò gli stadi della maturità e della gioventù
Entrando nei gorghi.
Gentile o Giudeo
O tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento
Pensa a Fleba, che un tempo è stato bello e ben fatto al pari di te."
 
Chi riuscirebbe a dare quel ritratto alto, cosmico, ironico della vita che tracciò Fernando Pessoa?
"Un momento affluente
di un fiume che va sempre
al suo dimenticarsi,
enigmatico spazio
entro deserti spazi
il cui concetto è nullo
e non è niente a niente.
E così l'ora passa
metafisicamente .....”.
 
Non solo le notizie sono ricacciate l'una dall'altra, ma gli uomini stessi, la loro traccia materiale, la loro testimonianza, la memoria del loro transito. Per i contemporanei quindi, né loto né Lete. Se essi e la loro storia sono frantumati, polverizzati, dissolti, a chi potrebbe servire la libera facoltà di dimenticare racchiusa nel dolce frutto? E se non può esservi necessità di dimenticare quel "quasi-nulla" rappresentato dagli uomini dimenticati e rimossi in vita e in morte, a che servirebbe la pagana pietà delle acque del Lete? L'uomo di oggi non è in grado di assumere l'obbligazione, né di sentire il dovere che Kavafis impone all'universale ulisside:
"Sempre devi avere in mente Itaca ­
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca".
 
Mentre, sotto le ruspe telematiche, la platea si dilata, scompare la vita, scompare la morte. Soltanto le vite e le morti esemplari - dell'esemplarità quale è concepita al presente ­ mettono a nudo i nervi dei nostri popoli. Sono ricordati solo i rischi letali e le morti che la gente vive come sindrome di vulnerabilità progressiva, come timore di coinvolgimento diffuso, in breve, come rappresentazione introduttiva d'un fenomeno ripetibile in chiave di trauma collettivo. Solo quei rischi e quelle morti colpiscono i sentimenti delle nostre comunità, ne disvelano la fragilità, la sfibrata natura, la viltà latente.
Ricordo l'accaduto nella non lontana guerra del Golfo quando due, dico due, aviatori italiani corsero il rischio di perire. Rischio, peraltro, assolutamente implicito nel loro mestiere di combattenti volontari e perciò portati a destini di pericolo. Tutte le madri italiane rimasero inchiodate ai televisori e il salvo ritorno di quei fortunati fu motivo di giubilo popolare. Quelle stesse madri, quello stesso popolo restano estranei e distolti di fronte ad ogni ecatombe automobilistica estiva e a quelle del sabato sera. Questi morti - che pur morti sono, a migliaia ogni anno - rappresentano sottrazioni personali, sono incapaci di procurare contagio emotivo e quindi non valicano il muro dell'indifferenza, della chiamata in causa, non traversano i grigi territori della viltà.
Già, perché l'epoca immemore è soprattutto un'epoca vile.
I pochi, rari ricercatori dell' anima - e fra questi i poeti, spero - sapranno opporsi con qualche risultato a questo carattere del tempo? E sapranno dare spazio e occasione al proprio thymos, la sostanza interiore, la sorgente metafisica, lo scheletro morale che appartengono ai superstiti?
 
Messaggio al poeta.
Chi aspira all'assoluto rammenti sempre che, per quante scorciatoie azzardi, dovrà attraversare il quotidiano. Che unge, indefettibilmente.
 
L'attuale è dunque un tempo mobile ma non per questo in moto e se il tempo avesse una consistenza, la si direbbe di melma. Edificare in questo tempo nessuno può, procedere o solo sostare è l'impresa. Chi si lascia andare ad uno sconforto durevole, chi ceda più d'un attimo agli affanni, chi abbandoni la vigilanza febbrile e armata della fiera cacciata, viene inesorabilmente inghiottito. Si può sopravvivere solo in un perenne stato di allarme allucinato. Perché il nemico è questa polta, questo tempo. La frazione senza volto di un' epoca, una successione non prevedibile dalle passate esperienze, qualsiasi variabile storica si fosse supposto o concepito nei giorni andati, di innestare nel vivere venturo.
Illuminerà la dimensione del tempo l'entusiasmo del poeta­fanciullo, la parola di Juan Ramon Jiménez?
"Venite, futuri secoli, tenete! E adesso volate, ché vi saprò riafferrare prima della vostra fine"
o dovremo attenerci ancora alla lucidità senza misericordia di T.S. Eliot?
Il tempo passato e il tempo futuro
Ciò che poteva essere e ciò che è stato
Tendono a un solo fine, che è sempre presente".
Ma è da riconoscere che fino ad ora mi sono occupato parecchio di memoria e poco di poesia, salvo qualche proposta di frammenti accompagnata da una nube di interrogativi.
Sul piano storico e sociale, la poesia è oggi cellula di resistenza contro l'omologazione e la banalizzazione del pensiero e del linguaggio. E, a proposito di linguaggio, non può non cennarsi al fatto che lo stesso parlato, designato a soppiantare lo scritto nella dirompente civiltà visiva, viene minacciato dal "vocale" o meglio dal "sonale": si domanda, si interloquisce, si minaccia, si risponde, si gioisce per grugniti, ululati, uggiolii, singulti. Quindi, per quanto marginale, la poesia è l'unico luogo di osservazione, l'unico medium per acquisire e conservare memorabilità all'evento e all'inventio, per riproporre al centro dell'attenzione temi e valori universali dell'uomo con perseveranza, senza che questa tenacia prometta alcun ristoro.
Anche di fronte alla volatilità dei nostri eventi, alla rozza macchina linguistica, la poesia rimane allora - insieme alla musica - l'unico esercizio della confessione civile meritevole di produzione, di lettura e di ascolto. Testimonianza che esalta il fasto dell'individualità nelle esperienze e sposta la circostanza nel perpetuo. Per l'occasione, essa rappresenta quindi - ancora oggi - il riscatto dalla morte. La poesia era e, seppur diversamente, resta il pinnacolo eccessivo della memoria. Un pinnacolo che aspetta di essere scoperto, che sarà intravisto da alcuni umani, in marcia e dispersi, alla cerca di ripari personali. Attraverso questa modalità la poesia recupera il suo tratto universale: un amo del caso alla salvezza di chi la incontri.
Tuttavia tale dimensione accidentale non esclude che la poesia viva naturalmente i fermenti della sua attualità e che questa presti spunti, conoscenze e linguaggi alle nuove forme espressive. Perché nell'attualità sono immersi i poeti. Nel 1923, Osip Mandel'stam, contestando un tratto caratteristico della visione comune, scriveva: "L'idea che la poesia cominci là dove ogni altro mestiere finisce è, ovviamente, falsa, poiché la combinazione dell'attività poetica con quella professionale (matematica, filosofica, ingegneristica o militare) può produrre solo risultati brillanti". Un funzionario governativo, un filosofo o un ingegnere spesso rifulge in un poeta. Un poeta non è una persona senza una professione e inadatta a "qualsiasi altra cosa, ma piuttosto una persona che trascende la propria professione e la subordina alla poesia".
Se poi guardiamo al suo uso, alla sua area di influenza e godimento, la poesia è per natura arte aristocratica e il riconoscimento del suo valore quasi sempre irrelato con i giorni della sua germinazione. Nel senso che - fatta esclusione per i poeti di corte greci, romani, provenzali e rinascimentali e per la tragedia -, non si è mai dato un serio favore del tempo coevo agli autori: la qualità della poesia sfugge di norma ai contemporanei, sovente anche agli specialisti.
 
Né è mai esistita, a parer mio, una poetica a frequentazione popolare, a diffusione popolare. Neanche ai tempi di Virgilio. Lo stesso Giambattista Vico, nell'affrontare il tema della metafisica poetica, si riferisce soltanto alla nascita dei miti quando impone alla "poesia grande" doveri di formazione dell'umana spiritualità, fra cui "… ritruovare favole sublimi confacenti all'intendimento popolaresco..." (Scienza Nuova II, I, I, 376).
E men che meno si può parlare di carattere popolare della poesia, dopo i passaggi di Hoderlin, Goethe, Leopardi, Poe, Baudelaire, Rimbaud, Pound, Kavafis, Pessoa, Eliot, Vallejo, Cèlan, Char, D. Thomas, Montale, Seferis, Milosz, Elitis, Cacciatore - di questi "primogeniti di Dio" avrebbe detto Michelet - dopo questi devastanti, ermetici passaggi. La quidditas poetica, la sua struttura sintetica non si attagliano davvero alla fretta, ai cicli brevi, alla disaffettività e alla smemoratezza di questo tempo che divora e non riflette. Le proposte della poesia sono traguardi mobili per il lettore, traguardi che presuppongono un'attenzione intenzionale, che costringono a inseguire l'esistente non rivelato, a cercare l'inespresso e a sopportare il filo d'una lama normanna, il filo crudele della verità.
Ma probabilmente c'è di più.
Guardando nell' officina insonne della prassi - come abbiamo tentato di fare - è nitidamente visibile che la memoria (come istituto) e le memorie (come corredi individuali) vanno scomparendo fra le mandibole della velocità e della caducità sempre più armate, come abbiamo visto. Resta la memoria quale funzione, che però si affida in misura crescente ai recipienti elettronici.
Ma se la memoria muore, muore la memorabilità: perché non ci sarà evento che meriti di resistere nelle coscienze, di rimbalzare nel tempo. E allora che vale la testimonianza del poeta, questa bandiera di carta che si compone e si tesse su una trama di suoni e di sensi per celebrare l'immemorabile? Nessuno sarà lì ad aspettare, a raccogliere la poesia, il generato poetico non troverà accoglienza neppure nelle terre del superfluo, dove crescono soltanto riparatori fiori di serra, ludici ed effimeri. La poesia - inconsumabile - scomparirà dall'orizzonte sociale? La poesia sarà solo del poeta? Dovremo forse soggiacere alle parole che Gibran affida al Profeta: "Solo se bevete al fiume del silenzio, voi canterete veramente"?
Quel che di certo resta è la testarda speranza di qualche testimone. E fra questi - si parva licet componere magnis - il mio modo di esorcizzare l'oblio:
 
"Giorno o notte, all' ora indefinita
quando viene alla vita un verso grande,
 una poesia vera, fosse per caso
fosse invenzione d'un nemico in arte
devi comprare una cravatta rossa
e vestirti di lino come si faceva
nel1a festa di Dio. Dopo leverai dalla testa
il cappello con garbo per dire al1' oblio
che questa volta non potrà masticarti
né il suo coltello avrà oggi altra carne
se a tutti è nato un nuovo figlio immortale.
E nell' andarne, prendi una viola e gettala
ai flutti ,opachi del Lete. Avrà perduto ancora
per una gioia che non scorderai".
 
Prima di rassegnarci alle risposte che la retorica celata in quelle domande impone, vale ancora la pena segnalare un'ultima circostanza che - pienamente congruente con il nostro tema - aiuta a capire sia l'isolamento in cui vive la poesia che la capillarità dell'apparato che milita contro la sopravvivenza di Mnemosine.
La scuola ha da tempo messo al bando l'uso di mandare a memoria versi, bollandolo come manifestazione di pedagogia regressiva e didattica esecranda; cosicché le opere dei poeti, grandi e meno grandi, vengono conosciute attraverso altre opere, attraverso apparati critici complessi, talvolta meritevoli, sempre anatomizzanti.
Il discente non deve provare i difficili percorsi che la lettura ripetuta e la memorizzazione propongono alla sua emotività, progressivamente illuminata e resa più sensibile dall'eccitazione e dall'affioramento del nervo dionisiaco che è riposto in ognuno di noi. Il discente non deve fare la straordinaria, difficile esperienza di conoscere in proprio, direttamente. Non deve sperimentare su di sé la potenza interpretativa dell'oralità, non deve avvertire che la poesia, arte la più prossima alla musica, come questa viene tanto più profondamente penetrata e consapevolmente amata quanto più si "ascolta", anche nella muta riproposizione mnemonica che accompagna gli attimi dell'apprendimento e tutte le età della vita.
Il discente dovrà studiare l'opera - non quindi conoscerla! ­ mediante i commenti che la chiosano, la frantumano, la sezionano, la analizzano e finiscono per sovrapporsi all'opera stessa come oggetti autonomi di studio. E, attenzione, tutto questo riguarda la sola poesia esistente nelle aule, la poesia storicizzata!
Se immergo per un istante nell' argomento la tesi di Tzvetan Todorov sulla memoria come interazione tra cancellazione e conservazione, come processo cui deve necessariamente accompagnarsi un'attività di selezione (Les abus de la memoire, 1995, Parigi), questo prevalere degli apparati critici rispetto ai testi preparerebbe una "versione ufficiale del passato” poetico, una lettura della storia estetica che consegna al docente e sottrae al discente "il diritto di controllare la scelta degli elementi da conservare". Si tratterebbe insomma di un'operazione di polizia estetica per favorire l'omologazione culturale, per negare le opzioni individuali del gusto in tema di poesia.
È evidente allora che il giovane esercito di intellettuali che si appresta ad attraversare la nostra epoca e a segnarla - esclusa la pattuglia di maniaci che già stanno scrivendo altri saggi critici - non può non essere distante dalla poesia. Questi nuovi chierici non sono messi in condizione di conoscere né di riconoscere nella poesia una fonte di guida e di conforto prima ancora che un valore estetico. E se il prodotto poetico non ha valore, il suo produttore non merita la considerazione generale, insomma il poeta non serve. Quanto è stato enunciato in apertura di questo intervento è così provato.
È bene che i poeti, signori e signore eccentrici - che non devono temere il loto perché è poco il valore che resta da ricordare e dovrebbero invocarne l'esistenza perché c'è molto da dimenticare - siano confinati nelle loro solitudini ardite, nei serragli munitissimi, nelle conventicole dove non circolano aria e balsami ma metafore e personali farneticazioni, come conviene a una comunità di sopravvissuti che si fanno male soltanto inter se, a una razza che può estinguersi senza provocare angosce collettive. Non come il panda o la foca monaca. César Vallejo avrebbe detto: "Senor Ministro de Salud: qué hacer?" / Ah! "desgraciadamente, hombres humanos, / hay, hermanos, muchìsimo que hacer",
Dico io in veste di vecchio generale: "Un po' di sana restaurazione e qualche poesia a memoria, per favore, Signor Ministro dell'Istruzione Pubblica". E mi taccio.

1/10/1997
Fonte: 
"Lotofagia o Del desiderio di dimenticare", ed. Ipermedium, Napoli