Il volto amoroso di Fortini

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Non ho mai amato né i monocordi, cupi, ed essenziali temi della “fedeltà” poetica né l’opacità del discorsivo poetare di Fortini, rotto dai suoi “nuvoli” e dai “cuoi” biliari. Opera dell’anima secca (avrebbe detto Eraclito) irta e densa cesto, ma armata di un supercilium implacabile, costretta e sedotta dall’ineluttabilità del dovere, costretta sul piolo alto della scala, senza cedimenti a trarre, a trarre, a cercare la mano dell’imprendibile compagno da sollevare, saturnina e grigia. Egli ha vissuto quasi tutto il suo itinerario estetico fermo nella convinzione – forse necessaria – che la poesia possa soltanto ferire (“…se una volta ho ferito / chi la scrive o la legge, non darà / più requie…”), che la vita possa soltanto ferire, come rivela il grido desolato che il poeta lancia al suo doppio (“non è vero che non siamo stati felici”), come si coglie dalle pratiche del fermo relegare in remoto la corruttela dei sentimenti, dell’affondare la filia nell’esperienza ossessiva e totalizzante della violenza (“Ti vedo molto lontano sul fondo / del secolo tra infiniti esseri uccisi”), come si disvela nella fuggevole digressività, nella precarietà dell’intenzione, nella parenteticità degli Exultet (Paesaggio con serpente) o in Da un verso di Corneille, pezzi in cui il sangue scorre attraverso il composto decoro d’un breve abbandono, la poesia si compie alta nel sonno della coscienza malgrado l’assedio del dolore. Ma improvvisamente con questo volumetto, andando oltre la lettera e la fede al titolo, Fortini scioglie più che dissolvere quanto era composto e furiosamente annodato, scioglie grumi e apparati defensionali, disinnesca la minaccia del dolore (“…nessuno / mi farà del male mai più”). Gessi e bende si fendono, non l’aspro mallo è offerto, ma il frutto. La presbiopia ideologica si attenua, anche l’umanità, avvicinandosi, si depluralizza, si individualizza, appare tò eroticòn òmma, il “volto amoroso”, appaiono strutture più lievi della versificazione, speditezze briose, eleganze (da non vivere, prego, con senso di colpa). Non che vengano meno le istanze tipiche di evracità per il monito e la denuncia, che cessino di imporsi le regole dell’ira e dell’indignazione (“bonus novum appetitum”). Tuttavia questa nuova evidenza, questo scardinamento del rapporto con la vita riducono gli spazi anche se non il tono della vigilanza civile. Il poeta è oggi tentato dall’umido, dall’ironia, dalla “gentilissima ragazza”, dal desiderio simpatico e, quando cede alla tentazione (sette canzonette del Golfo,L’inverno, la salita, Transi hospes, se volessi un’altra volta…, Orazio al bordello basco, Da heaney), raggiunge esiti di una mai guadagnata libertà, apici di compiuta esenzione dalla polvere della Storia. Non ho parlato del verso ultimo (“Proteggete le nostre verità”) che la quarta di copertina e i coreuti hanno preso come un sigille della sua “eredità culturale”: Fortini non aveva e non ha bisogno di quel verso. Mi si permetta di chiudere con questa citazione (da “L’inverno”): “Ma prossima è la morte e a una immortale / Vita, chiusa la falsa, apre le porte, / Vita di vita e morte della morte. /Chi gli agi fugge per amar naufragi? / A chi, più del riposo, il viaggio piace /E il lungo errare è più dolce del porto?”.

1/7/2010
Fonte: 
Poesia - N° 75