QUOD LICET JOVI NON LICET BOVI

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ai nipoti

           Occupavo una panca del giardino, il libro aperto sulla gamba stanca,
         quando un vociare pieno di singulti venne a distrarmi dalle pie nugelle
             e mi increspò la pelle come riesce allo stridìo del tram sulle rotaie.
          Era un confronto intenso e singolare in una lingua che non conoscevo,
           concerto grasso, acuto e gutturale di spezzoni vocali tronchi e mozzi
        regressi all’animale, arcaici segnali brevi e rozzi  tra i figli dei miei figli.
                      Gli insensati grugniti e gli uggiolii dei nostri amati gigli
             m’indussero a riflettere impietoso per quale via sarei riuscito mai
            a portare con me i fieri virgulti lungo i costosi guai dei bei pensieri.
           Come spingerli fuori dai sussulti su strade che ho battuto fino a ieri
             caparbio intorno al mito scartando l’ovvio e il rito del mio tempo                                
              e come trasferir nei nuovi stampi le eliche del sogno e della vita
           i campi della storia e i rari accenti d’una rima da mandare a memoria
                per scaldare le menti. In che maniera avrei vinto lo stupore
                 spiegando al loro cuore perchè la libertà si deve fare salva
                                         nè è bene disertare il dolore.
                             E forse rivelare i modi in cui ci torna e riconquista
                                        evocare i vastissimi tramonti
                              in strie di malva e gialli e rossi e azzurri,
                quando arriva a languire la parola che si perde nei teneri sussurri
                                    la parola finalmente inservibile, davvero.
                                                    Sarei riuscito mai
                                             a portare i miei eredi
                                             verso il solo sentiero?

24/4/2013