Scacco matto

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(11 settembre 2001)
 
Sono nato a Rockaway, sotto Brooklyn, in un lembo
di terra che sembra un dito largo e teso nell’Atlantico.
Non ricordo donna che m’abbia custodito d’amore
l’infanzia e i primi incanti. Ma è stato bello crescere
dietro una siepe, ogni giorno l’oceano negli occhi, bello
come scovare orgoglio malnascosto nella faccia italiana
di mio padre la volta in cui entrai a casa con il primo
stipendio da contabile. Volle giocare una partita a scacchi
e fumando due sole sigarette, fece che lo battessi senza scuse
su una mossa di torre e di regina. Concluse che dovevo
sempre stare attento alle torri, comunque infide nei loro
movimenti lunghi su un percorso di croce bianco e nero.
 
“Infide”, disse serio il mio vecchio e ricordavo la parola
sorridendo di martedì quell’undici settembre mentre
correvo a lavorare per Manhattan.
E il suo monito posso riconoscere
ora che sono polvere dispersa da un lampo osceno
polvere abbandonata fra altre polveri scomposte sotto
un marciapiede divelto, a fianco della foglia dove
mio padre non potrà mai trovarmi nemmeno
per tenermi la mano degli scacchi. Ero di Rockaway
e non ho avuto amore né conforto di donna.
Una adesso ne venga e chieda agli iris bianchi
di fiorire nel nome mio nascosto, cancellato.